«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità,eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità»

Eleanor Roosevelt, 27 marzo 1958

Chi siamo

Siamo un gruppo di cittadini e cittadine, con le nostre storie personali, professionalità, esperienze civiche o politiche. Condividiamo la passione e la visione politica di Simonetta Rubinato, che con il suo impegno concreto di sindaco e parlamentare si è sempre battuta per l’autogoverno del nostro territorio e le legittime aspettative dei Veneti. In particolare ricordiamo la norma da lei fatta approvare nel dicembre del 2013 in Parlamento per dare alla Regione Veneto la possibilità concreta di negoziare con il Governo nei primi mesi del 2014 quell’Autonomia differenziata che oggi tanti invocano, ma che allora nessuno ha sfruttato (si tratta dell’art. 1, comma 571, della legge n. 147 del 27 dicembre 2013: http://www.forumcostituzionale.it/wordpress/wp- content/uploads/2013/05/mezzanotte.pdf). Inoltre ricordiamo la passione e la coerenza con cui si è impegnata nel 2017 nella campagna a favore del ‘Sì’ nel referendum per l’autonomia, pubblicando anche un libro, “La Spallata”, proprio per invitare tutti gli elettori a partecipare al voto affinché fosse superato il quorum, guadagnandosi così la fiducia di tanti cittadini liberi, al di là delle appartenenze e schieramenti politici.

Abbiamo per questo deciso di condividere con lei un nuovo progetto politico democratico e popolare, promosso ‘dal basso’, cioè radicato nel territorio con l’obiettivo di “riabilitare l’esperienza personale di uomini e donne come misura prima delle cose superando la politica degli apparati” (VaclavHavel), per stabilire dopo le crisi degli ultimi anni le priorità dell’agenda politica. L’autonomia che invochiamo e che sta al centro del nostro programma politico ha lo scopo primario di rafforzare il sistema sanitario regionale, proteggere le persone davvero più bisognose, sostenere effettivamente le imprese sane per evitarne il fallimento e mantenere il legame tra lavoratori ed aziende. Al contempo, va approntato un nuovo contratto sociale con l’ambiente e il pianeta, bene comune da salvaguardare anche per le future generazioni, esigendo che gli investimenti pubblici incentivino la transizione verso un’economia più verde e una formazione permanente ed accessibile a tutti, creando così nuove opportunità di sviluppo sostenibile e buona occupazione.

 

Il Veneto che ispira il nostro progetto

Nel progetto che vogliamo costruire mattone su mattone, ispirato ai valori di libertà, autonomia e responsabilità dei cittadini e delle comunità, contano prima di tutto i luoghi e le persone che vi abitano, con i loro bisogni, le loro aspirazioni e i loro talenti. E noi viviamo ed abitiamo nel Veneto, una delle regioni più belle del mondo per la varietà dei paesaggi, la storia e la cultura, che affonda le proprie radici nella secolare esperienza di buon governo delle Istituzioni della Serenissima Repubblica di Venezia e da queste radici trae ancora oggi una forte identità e l’aspirazione al più ampio autogoverno e alla pratica concreta della sussidiarietà, per poter essere artefice del proprio futuro e insieme contribuire con le altre Comunità regionali al progresso della Repubblica.

La nostra regione è anche una delle aree europee più dinamiche e le sue piccole, medie e grandi imprese rappresentano una parte essenziale dell’economia europea in cui sono strettamente integrate. La tradizione distrettuale del capitalismo familiare e personale ha creato una capacità imprenditoriale diffusa che può fornire ancora oggi l’intraprendenza necessaria ad essere laboratorio per produrre continua e diffusa innovazione tecnologica. Ma anche benessere sociale condiviso.

La società veneta ha infatti nel suo DNA lo spirito di intrapresa per crescere e far star bene, oltre a sé e alla propria famiglia, anche la comunità. Esprime, infatti, una solidarietà diffusa testimoniata dal ruolo primario di un Terzo Settore che affonda le sue radici nella fede cristiana delle nostre comunità medio-piccole e in un’etica del lavoro e di un capitalismo familiare che oltre un secolo fa non ha aspettato che arrivasse lo Stato ad occuparsi dei bambini, degli anziani e delle persone più fragili.

Ecco perché il Veneto rivendica l’autonomia delle Istituzioni locali: in funzione dell’autogoverno sociale. Perché vuole mettere in gioco tutte le risorse e i talenti del territorio per affrontare le sfide e cogliere le opportunità date dalle nuove tecnologie digitali, destinate a ridisegnare profondamente il funzionamento delle imprese, dell’istruzione, delle città. Fare del Veneto una ‘smartland’ – un territorio a intelligenza distribuita, interconnesso, inclusivo, sostenibile e resiliente– è il nostro orizzonte programmatico, che unisce il bisogno di ancoraggio alle tradizioni e all’identità locale con l’esigenza di innovazione e apertura al mondo. Così il Veneto riuscirà a creare ancora sviluppo diffuso ed occupazione, insieme alle risorse necessarie a proteggere le fasce della popolazione e le realtà imprenditoriali che saranno penalizzate dai cambiamenti (tecnologici, energetici, demografici, medici) che ci attendono nei prossimi anni.

 

La nostra idea di Autonomia

Nel nostro progetto l’autonomia regionale costituisce un passaggio fondamentale nella costruzione di uno Stato federale. E’ancora attualissimo infatti per noi il pensiero di don Luigi Sturzo, il quale vedeva nell’autonomismo e nel federalismo gli antidoti allo statalismo “accentratore e livellatore” (e oggi anche al sovranismo populista) e nel regionalismo forte la strada per arrivare alla indipendenza delle realtà territoriali del Paese senza disintegrare l’ordinamento italiano.

L’esperienza dei Paesi europei organizzati su base federale – che rispondono meglio non solo rispetto ad obiettivi di efficienza, ma anche di democrazia – dimostra che la qualità delle Istituzioni è la risorsa decisiva per garantire sviluppo e prosperità nel lungo periodo. Il motivo principale è che lo sviluppo ha oggi bisogno più che mai di un insieme di beni pubblici – in primis ricerca, istruzione, salute, infrastrutture, giustizia, ordine pubblico, ambiente – che il mercato, da solo, non è in grado di produrre in modo adeguato. Questi beni pubblici non sono un’alternativa al mercato, bensì la condizione affinché il mercato possa funzionare e le capacità individuali esprimersi e creare valore per tutta la comunità. Tuttavia, questi beni pubblici hanno costi elevati: essendo il risultato di investimenti collettivi con resa differita nel tempo, costituiscono perciò risorse sottratte ad impieghi individuali e immediati. Decidere di investire in beni pubblici richiede perciò una comunità coesa e lungimirante, dove prevale la consapevolezza che i benefici futuri degli investimenti collettivi non siano sottratti ai membri della comunità stessa, ma possano formare un patrimonio di cui ci si sente titolari e dunque responsabili.

In un Paese differenziato come l’Italia l’autonomia regionale risponde dunque ad una esigenza vitale per lo sviluppo moderno. Che non esclude livelli di solidarietà e condivisione più ampia, ma all’interno di un rinnovato patto federativo nazionale ed europeo che non può prescindere dal principio di responsabilità.

Una vera autonomia si connota per essere:

  • responsabile: nel rispetto dell’eredità del passato deve gestire le necessità del presente e prefigurare le condizioni per lo sviluppo futuro, contando sulle proprie forze, senza lasciare agli altri, né allo Stato né alle generazioni future, il peso del debito, delle inefficienze e del degrado ambientale;
  • operativa: deve disporre delle competenze e delle risorse necessarie per tradurre le buone intenzioni (i programmi politici) in fatti concreti (risultati raggiunti e opere realizzate);
  • solidale: si prende cura delle fragilità sociali che abitano il nostro territorio ma è pronta a farsi carico anche delle difficoltà di altri territori e di altri popoli nella comune appartenenza nazionale ed internazionale, di cui è testimonianza significativa il tessuto diffuso di volontari, associazioni ed organizzazioni del Terzo Settore ed il generoso e pronto intervento con uomini, donne e mezzi della nostra Protezione civile a favore di ogni comunità colpita da calamità;
  • dialogante: non è un’autarchia dove si ricerca un impossibile “magnifico” isolamento o la difesa da presunte ‘invadenze’, ma lo strumento della competitività del territorio per affermare un proprio ruolo nell’apertura reale al confronto con altre culture e mercati in un sistema interconnesso globale.

L’autonomia è la condizione per rendere più responsabile e coeso il territorio, per fare in modo che l’insieme delle sue risorse e dei suoi talenti si muova in maniera coerente, auto- rafforzandosi proprio nella comune appartenenza territoriale e dare così un suo e migliore contributo al senso di futuro della Repubblica.

È per queste ragioni che ‘autonomia’ oggi è sinonimo di modernità, responsabilità, semplificazione del rapporto governati-governanti, in un tempo in cui bisogna capire, anche se è difficile, come ridurre il debito pubblico senza penalizzare i più deboli e le future generazioni.

Il Veneto nonostante tutto rimane un luogo in cui gli enti pubblici hanno ancora la cultura del pareggio di bilancio ed operano in modo mediamente efficiente, gli operatori economici producono una parte cospicua del Pil e anche quando l’economia arretra trovano in sé stessi la forza per sopravvivere e ripartire, come hanno dimostrato anche nell’emergenza pandemica. Certo, anche qui, il senso della legalità è andato affievolendosi e le mafie e la corruzione sono presenti e vanno quindi combattute con grande determinazione. Tuttavia, nelle articolazioni di base della società vi è una diffusa coscienza che trasparenza, difesa dei più sani principi economici della libera e leale concorrenza e partecipazione attiva della cittadinanza alla costruzione del bene comune restano pratiche fondamentali per impedire il loro radicamento territoriale.

Questo humus culturale e sociale è vocato a sperimentare – attraverso l’autonomia differenziata – riforme fiscali e burocratiche all’insegna della chiarezza e della semplicità. Autonomia finanziaria vera, trasparenza del prelievo, rigorosa applicazione dello Statuto del contribuente, equità fiscale e dunque minore evasione, spesa pubblica efficiente e solidarietà fiscale tra territori non squilibrata, maggior controllo da parte dei cittadini e responsabilizzazione degli amministratori, da un lato; attività amministrativa sollecita, semplice ed economica volta al risultato, con dirigenti pubblici che analogamente al management del privato abbiano la cultura del miglioramento continuo di procedure, funzioni e servizi per creare valore per i cittadini e le imprese eliminando gli sprechi di tempo e risorse, dall’altro. Sono questi obiettivi cruciali e non più differibili per restare tra le regioni europee più avanzate, contribuire alla crescita del Paese e dare prospettive ai nostri giovani.

L’autonomia differenziata richiesta dal popolo veneto con il referendum del 2017 rappresenta dunque l’occasione per avvicinare i cespiti di gettito fiscale al territorio, realizzando quell’autonomia finanziaria di entrata e di spesa stabilita per le Regioni dall’art. 119 della Costituzione. La stipula dell’intesa con il Governo e la successiva approvazione della legge di attribuzione dell’autonomia differenziata deve essere l’occasione per sperimentare una vera autonomia tributaria, con la devoluzione alla Regione di quote del gettito di tributi erariali, anche manovrabili dall’ente regionale, se concessi nella forma delle “riserve di aliquota” in relazione a uno o più tributi erariali. Si tratterebbe di un significativo passo avanti nel riconoscimento dell’autonomia di entrata (e conseguentemente di spesa) alla nostra Regione in attesa di realizzare un vero federalismo fiscale, per il quale occorre completare la riforma del Titolo V della Costituzione.

 

Cosa ci ha indotto a muoverci

Il risultato del referendum consultivo sull’Autonomia, ammesso dalla Corte Costituzionale nel 2015, ha visto nel 2017 la partecipazione convinta e trasversale per il Sì di oltre 2,2 milioni di cittadini, la maggioranza assoluta degli elettori. Tuttavia, ad oggi – dopo quasi tre anni – questa volontà popolare espressa democraticamente e legittimamente non ha visto ancora alcun riconoscimento concreto da parte del Governo e del Parlamento, né è rappresentata in modo adeguato dalle forze politiche nazionali, stataliste o populiste, incapaci di comprendere l’anelito all’autodeterminazione del popolo veneto.

Eppure prima ancora del 2017 si erano svolti in Veneto ben 33 referendum di Comuni per il passaggio ad una delle due Regioni a statuto speciale confinanti, di cui ben 17 risultati a favore del distacco dal Veneto. Per uno di questi, quello di Sappada, il Parlamento italiano ha dato il via libera al passaggio al Friuli-Venezia Giulia nell’ottobre 2017. L’epicentro di questo disagio è infatti nella comunità provinciale bellunese, stretta tra altri territori montani che godono della specialità, che pure si è espressa a maggioranza assoluta – in uno specifico referendum consultivo sempre nel 2017 – richiedendo una maggiore autonomia attraverso l’attribuzione di funzioni aggiuntive e delle connesse risorse finanziarie. Ma il senso di profonda ingiustizia territoriale è sentito anche dagli altri territori del Veneto che confinano con le regioni speciali. Nel 2007 persino il Consiglio provinciale di Rovigo approvò all’unanimità un ordine del giorno per aggregare il Polesine al Trentino-Alto Adige.

Non solo: nel 2014 si è tenuto un “referendum” sull’indipendenza del Veneto sotto forma di consultazione online il cui risultato, sia pure ipotetico, ha fatto scrivere al sociologo Ilvo Diamanti che il segnale di disagio espresso da tanti piccoli imprenditori e operai veneti nei confronti dello Stato centrale e l’insoddisfazione contro la classe politica e di governo vanno presi sul serio. Al tempo stesso, bisogna interpretarne correttamente il significato. In-dipendenza significa, infatti, per noi “non dipendenza” e, dunque, prima di tutto autonomia politica e autogoverno sociale, i quali sono riconosciuti dall’art. 5 della Costituzione dal 1948, ma mai sono stati pienamente incarnati nella realtà quotidiana delle Istituzioni a causa della natura intimamente centralista dello Stato italiano.

La mancanza di rispetto del voto espresso dalla maggioranza degli elettori veneti nel referendum, la necessità e l’urgenza di rilanciare oggi una visione autonomista e moderna della nostra Repubblica, unite alla considerazione che i governi regionali degli ultimi venti anni non hanno brillato per lungimiranza, capacità strategiche e trasparenza nella gestione del potere, ci hanno convinto ad agire per dare rappresentanza e forza politica al SI’ trasversale espresso dagli elettori veneti per avvicinare la nostra Regione alle Autonomie speciali confinanti e dare attuazione all’autogoverno del popolo veneto in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia (v. art. 2 Statuto del Veneto), valorizzando il pluralismo delle Autonomie locali e funzionali che la caratterizzano (Comunità, corpi intermedi, formazioni sociali, ecc.).

L’obiettivo di una autonomia differenziata, responsabile ed integrante, è oggi ancor più necessario per respingere la cultura centralista e statalista cui ha dato nuovo ossigeno prima la crisi finanziaria globale del 2008 e da ultimo l’emergenza della pandemia da Covid-19, quando è invece interesse fondamentale della Repubblica investire sulla vitalità delle Comunità locali, che sono la sede costitutiva della democrazia, e quindi sui Comuni, sulle Province e sulle Regioni, con robuste cessioni di sovranità dal centro per progetti di rilancio della democrazia autonomistica costituzionale e un nuovo protagonismo delle comunità territoriali.

 

Lo strumento per realizzare il progetto

Noi crediamo che nella Repubblica delle Autonomie pensata dai Costituenti i partiti politici dovrebbero essere organizzati su base autenticamente federale, come rete di partiti territoriali federati, profondamente radicati nelle comunità locali, anche se culturalmente aperti ad una prospettiva nazionale, europea e globale. Ma oggi nessuno dei partiti nazionali presenti in Parlamento appare in grado di dare espressione alla diversità delle realtà territoriali del Paese. Ecco perché guardiamo all’esperienza della SüdtirolerVolkspartei (il Partito Popolare Sudtirolese dell’Alto Adige), o della CSU bavarese (modello cui guardava per costruire una DC Veneta già l’on. Antonio Bisaglia), convinti che, per negoziare con il Governo e le forze politiche nazionali il riconoscimento al Veneto di effettivi spazi di vera autonomia, anche finanziaria, occorra costituire un movimento politico regionale dalle forti radici popolari, che sia in grado di interpretare i bisogni, le esigenze, le inquietudini e le speranze di chi vive il Veneto, per costruire risposte puntuali, credibili, verificabili e in grado di aprire nuovi percorsi, con un approccio strategico che faccia del Veneto un laboratorio di idee, proposte, modelli organizzativi utili anche al resto del Paese. Un movimento profondamente radicato nel territorio, che non dipenda dalle tradizionali segreterie dei partiti nazionali, ma aperto ad una prospettiva di leale collaborazione con le Istituzioni nazionali e con le altre comunità regionali, italiane ed europee. E ad alleanze con altri movimenti regionali o partiti autonomisti e federali con l’obiettivo di realizzare la riforma federale dello Stato e di favorire il processo di integrazione politica, economica e sociale dell’Europa.

Questi sono i valori, le idee e il progetto che vogliamo realizzare e portare avanti nel prossimo futuro. Sappiamo di essere solo all’inizio di una sfida ambiziosa e difficile che, però, affrontiamo con entusiasmo e coerenza, animati dal coraggio della libertà e forti della convinzione che questo è il progetto necessario per dare attuazione a quello che i Veneti chiedono da oltre trent’anni, senza che le forze politiche che hanno rappresentato sino ad oggi la nostra regione siano state capaci di conseguire alcun risultato concreto.

Stiamo cercando di dare avvio a questo progetto già dalle prossime elezioni regionali di settembre. Ci riusciremo? Saranno gli elettori veneti a deciderlo prima con la libera sottoscrizione delle nostre liste di candidati provinciali e poi con il loro voto. Per questo, poiché dietro di noi non c’è nessun gruppo di interesse o apparato di potere, abbiamo bisogno del vostro sostegno di cittadini liberi!

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