Questa settimana il ministro Speranza è stato sentito per 5 ore dai pubblici ministeri della Procura di Bergamo che stanno indagando sulle ipotesi di epidemia colposa e omissione di atti d’ufficio in relazione alla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro. I magistrati si sono concentrati in questo giro sulla mancata attuazione del piano pandemico nazionale, nonostante l’allarme lanciato il 5 gennaio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ne chiedeva esplicitamente l’applicazione, e sui motivi per cui il piano nazionale risalente al 2006 di fatto non sia mai stato aggiornato. “Mi sono fidato dei miei tecnici e dei miei consulenti” è stata la spiegazione del ministro. Un po’ poco per chi sulla pandemia ci ha pure scritto un libro.

I magistrati hanno sentito anche i tecnici con un ruolo nella task force del Ministero, predisposta solo il 22 gennaio, 17 giorni dopo l’avviso dell’OMS. Da quanto emerso avrebbero spiegato che era sì nota l’esistenza di un piano pandemico, ma che riguardando un’ipotesi influenzale si pensava che per far fronte all’emergenza dovuta ad una polmonite che arrivava dalla Cina e di cui poco si sapeva si dovesse “fare altro”. Per questo quel documento del 2006 “non è stato usato”!

Ormai è accertato che in quelle drammatiche settimane mancavano i dispositivi di protezione individuale per gli stessi operatori della sanità – che il piano del 2006 imponeva –, che le scorte antivirali erano in stato di abbandono e che si è fatta una enorme confusione sui tamponi, anche per la iniziale linea restrittiva dell’Oms, così che solo alla fine di marzo il governo ha dato indicazione alle regioni di aumentare i test, ma intanto i reagenti necessari erano spariti dal mercato. Attendiamo dunque le decisioni della Procura di Bergamo, confidando arrivino a breve.

Ma se nel giudizio sulle eventuali responsabilità penali dei vertici del ministero della Sanità (e della Regione Lombardia) può tenersi conto di qualche attenuante nella prima ondata, non così nella seconda. Su questo consiglio la lettura di “La notte delle ninfee” di Luca Ricolfi, sociologo che con l’analisi dei dati ha una certa dimestichezza visto che la insegna all’Università di Torino.

In breve Ricolfi nel suo libro dimostra con numeri (aggiornati al 13 dicembre scorso), grafici e comparazioni con altri Stati che “la seconda ondata era il frutto evitabile delle omissioni dei nostri governanti. Il che significa: agendo diversamente, la seconda ondata si poteva evitare, o quanto meno trasformare in una modesta fluttuazione, risparmiando migliaia di morti, mesi di chiusure, perdite ingenti per l’economia” “tanto è vero che, fra le società avanzate, finora ben 10 su 25 non ne sono state colpite” (v. immagine grafico).

Eppure il 29 marzo 2020, pochi giorni dopo l’inizio del lockdown duro del 22 marzo, un gruppo di scienziati (fra i quali il prof. Antonio Bianconi) aveva inviato al premier Conte e al ministro Speranza una lettera in cui li invitava in modo chiaro e documentato a considerare le alternative in campo: “l’epidemia si può fermare in 20 giorni se si interviene subito, introducendo il metodo Case Finding and Mobile Tracing (CFMT)”, anziché la strategia convenzionale del Lockdown stop and go (LSG). A questo link la lettera degli studiosi: https://www.lettera150.it/wp-content/uploads/2020/11/lettera-al-Presidente-del-Consiglio-Covid-29-3-20.pdf. Reazioni del governo? Nessuna, tant’è che anche nella seconda ondata è stata utilizzata dal governo italiano la medesima strategia LSG, che ha comportato gli enormi costi umani ed economici che tutti conosciamo. Nessuna reazione del governo neanche al Progetto di sorveglianza nazionale presentato il 20 agosto da Andrea Crisanti per arrivare a trecentomila tamponi al giorno (un livello che avrebbe permesso di dimezzare le morti future).  

“Come si malgoverna un’epidemia” è il sottotitolo del libro che Ricolfi ha scritto perché l’opinione pubblica assuma consapevolezza di ciò che è realmente accaduto nell’anno terribile appena passato, oltre la narrazione compiaciuta del ‘modello italiano’, e che con un’altra strategia ed altri strumenti si sarebbe potuto evitare circa 45mila vittime e 3 punti addizionali di caduta del Pil (50 miliardi circa). Ma soprattutto per trarre insegnamento dagli errori fatti al fine di non ripeterli una terza volta. E aggiungo io: per non dolersi che il governo che li ha commessi sia oggi dimissionario. Se si considera che la sindaca di Torino è stata condannata proprio questa settimana ad un anno e sei mesi per disastro e omicidio colposo per i fatti accaduti in Piazza San Carlo il 3 giugno 2017, dove sono morte due persone per le azioni non prevedibili di una banda di rapinatori, credo che quanto meno un cambio di chi era al vertice politico del Consiglio dei ministri e del ministero della Sanità sia un atto doveroso.

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