La crescita – dice la formula meccanicistica degli economisti – è azionata da due motori, le forze di lavoro e la produttività. Ma la vera risposta è più profonda: la crescita è un fatto della società, è voglia di costruire cose nuove, di guardare lontano, è fiducia nelle proprie forze, ambizione. Mentre da molti anni la gran parte della società italiana è segnata, oltre che da poche nascite e pochi investimenti, soprattutto da poca fiducia, poca voglia di eccellere, paura di cambiare, rifiuto del rischio.
Troppi da troppo tempo si sono aggrappati alla rendita e da ultimo l’emergenza sanitaria ha reso più ampio il divario tra chi può godere di fonti di reddito sicure e chi no, con un aumento della povertà assoluta soprattutto nel Nord del Paese, dove i ceti produttivi prevalenti (sia lavoratori dipendenti del privato che autonomi) sono meno protetti dalle conseguenze economiche della pandemia rispetto al lavoro pubblico o para-statale che prevale al Centro-Sud. Certo, nelle imprese, nelle scuole, negli ospedali, nella pubblica amministrazione, nei laboratori di ricerca, nell’università vi è un’Italia della produzione, del rischio, dell’eccellenza che non si rassegna e fa la sua parte, ma non è la parte maggioritaria del Paese: troppi ancora avanzano pretese piuttosto che diritti, invocano assistenzialismo di Stato, difendono privilegi iniqui. Oltre alle riforme serve un mutamento profondo nella cultura  delle classi dirigenti (tutte, non solo di chi governa) affinché l’ambizione di un Paese migliore divenga desiderio e comportamento diffusi.

In questo 1° maggio, se è giusto perciò rivendicare il diritto al lavoro, come strumento di realizzazione e di sicurezza per le persone, si dovrebbe anche riflettere sul secondo comma dell’art. 4 della Costituzione, che richiama ciascuno, a seconda delle proprie possibilità, al dovere di svolgere il proprio lavoro per concorrere al progresso della società. Insomma a non vivere di rendita o di privilegi, ma a fare di più e meglio la propria attività o funzione a servizio dello sviluppo del Paese.

Da questo punto di vista dobbiamo essere orgogliosi del tessuto sociale e produttivo della nostra Regione che, nonostante tanta zavorra burocratica e fiscale, non si è mai arreso alle pesanti crisi che lo hanno colpito dal 2008 ad oggi, anche se ne porta ancora profonde cicatrici, e ha contribuito concretamente alla tenuta sociale ed economica della Repubblica. E per questo chiede allo Stato maggior rispetto per le proprie istanze e ragioni.

Uno dei punti di forza della nostra Regione resta certamente l’export, che già in quest’anno recupererà i livelli del 2019 dopo il calo dell’8% nel 2020 (siamo la 3ª regione per export dopo Lombardia ed Emilia-Romagna). Mentre forte preoccupazione desta il settore turistico, primo in Italia per presenze turistiche nel 2019, ma profondamente colpito dall’emergenza pandemica. Tra i punti di debolezza le difficoltà delle imprese artigiane (20mila in meno negli ultimi 11 anni), il forte calo degli occupati autonomi (- 14,5% rispetto al 2007), l’aumento del lavoro parziale (+ 23,3% dal 2007), mentre il tempo pieno è più basso del 3,2%. Il tasso di disoccupazione, sceso al 5,8% nel 2020 (era il 3,4% nel 2007), è previsto salire oltre il 7% nel 2021-2022. Un dato preoccupante che andrebbe approfondito è il notevole calo della popolazione nella fascia più produttiva tra i 25 e i 44 anni: in 5 anni quasi 150mila abitanti in meno, mentre gli over 64 sono quasi ¼ della popolazione totale. E dal 2007 al 2019 abbiamo perso terreno nella classifica del reddito pro-capite rispetto alle regioni leader in Europa, ma anche a Lombardia ed Emilia-Romagna.

Il 1° maggio sia l’occasione per rivendicare con orgoglio la resilienza di lavoratori ed imprese, la competitività della nostra manifattura (+4% l’export medio annuo del Veneto dal 2010 al 2019), la prova straordinaria degli operatori della nostra sanità, lo standard formativo del nostro sistema di istruzione pubblico (incluse le scuole paritarie), ma anche per prendere consapevolezza della necessita di rafforzare la governance condivisa del sistema territoriale per progettare lo sviluppo in chiave strategica di un Veneto che ha l’ambizione di continuare a competere con le regioni leader in Europa per generare benessere per le persone che ci vivono ed opportunità di lavoro qualificato per i nostri giovani e per quelli che sceglieranno di stabilirsi qui. Anche con gli strumenti dell’autonomia rafforzata già a disposizione delle Regioni confinanti. Qui tocca a chi governa il Veneto tradurre l’ambizione di un popolo in fatti concreti.

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